Il Corriere Della Serra
mercoledi, 30 giugno 1999

Serbia, migliaia in piazza contro Milosevic

Grande raduno democratico a Cacak. E in Kosovo l'erede al trono incontra il patriarca Pavle. Si delinea un nuovo 
asse nella politica jugoslava. Solo Draskovic, il dissidente «storico», si chiama fuori mentre Belgrado lancia segnali accennando a «riforme» e a un'economia di mercato. Il presidente del Montenegro 
Djukanovic «mediatore» tra 
la Chiesa e la monarchia

Riccardo Orizio
DAL NOSTRO INVIATO 

PEC - Pope ortodossi in veste nera, politici in bilico tra dissenso e gestione del potere, principi con sangue reale e credenziali occidentali: è su questo triangolo che l'opposizione serba sta tentando di costruirsi il dopo Milosevic lungo un asse che parte dal Kosovo, attraversa le montagne del Montenegro e arriva su fino a Belgrado. 
È lungo questa direttrice, infatti, che corre - e non solo in senso figurato - una nuova, possibile alleanza a tre impegnata a offrirsi come alternativa a Slobodan Milosevic: l'alleanza tra la Chiesa ortodossa serba che, dopo aver sostenuto e accompagnato per anni l'inasprimento nazionalista del regime di Belgrado, si è ora schierata contro il suo uomo forte; la figura simbolica del principe Alessandro di Jugoslavia, capo della dinastia reale dei Karadjordjevic ed erede di un ipotetico trono che non esiste più dal 1941; e il giovane presidente montenegrio Milo Djukanovic, sempre più visto come l'ago della bilancia del nuovo potere jugoslavo. 
Che la Chiesa ortodossa sia impegnatissima nei negoziati e nei sondaggi lo si è visto ieri sia in Serbia che in Kosovo. I pope ortodossi hanno benedetto una grande manifestazione contro Milosevic nella piazza principale di Cacak, a sud di Belgrado. Diecimila persone hanno chiesto libere elezioni e democrazia al grido di «Vattene Slobo». La manifestazione è stata organizzata da «Alleanza per il cambiamento», che riunisce varie formazioni politiche, e dai socialdemocratici. La polizia serba ha tentato inutilmente di bloccare i dimostranti, ma a Cacak si sono comunque visti l'ex generale Vuk Obradovic, capo del partito socialdemocratico, il leader dell'Alleanza del cambiamento, Plandar Vatic, il sindaco di Nis, Zoran Zitkovic. 
La Chiesa ortodossa ha mosso le proprie pedine anche a Pec, città del Kosovo occidentale dove ha sede il contingente italiano. Qui è avvenuto uno storico vertice tra la monarchia serba e il patriarca Pavle, capo di tutti i serbo-ortodossi. In questo caso a «benedire» l'incontro è stato il presidente montenegrino Djukanovic, che prima ha invitato a Podgorica, la sua capitale, il principe Alessandro per fargli incontrare «alcuni leader dell'opposizione serba», poi gli ha suggerito di oltrepassare il confine con il Kosovo e di visitare il patriarcato di Pec. Alessandro Karadjordjevic, infatti, è arrivato in questo monastero medioevale, che ha sempre avuto un ruolo importante nella storia della Chiesa ortodossa, e vi ha incontrato anche il patriarca del Montenegro che lì risiede da alcune settimane. Il principe, che è nato e vive a Londra ed è figlio di Re Pietro II, ha definito Milosevic «un mostro», ha detto che per la Jugoslavia l'unica soluzione è la democrazia, ha ripetuto di essere a disposizione del popolo come suo «fattore unificante» se vorrà una monarchia costituzionale all'inglese o alla spagnola ma, in maniche di camicia e visibilmente emozionato, ha dichiarato che la premessa di ogni scelta sul regime istituzionale è la nascita di un sistema democratico a Belgrado. Quindi, libere elezioni senza Milosevic. 
Era la prima volta che Alessandro di Jugoslavia visitava il Kosovo e il Montenegro. E certamente, in assenza di figure forti all'interno dei partiti di opposizione, il principe potrebbe svolgere in futuro un ruolo di garante della neutralità e della transizione. «Mi piace molto Djukanovic» e si capisce che, ai suoi occhi di aristocratico cresciuto a Londra, l'accoppiata tra un monarca come lui e un premier come il pragmatico Djukanovic, sarebbe perfetta. 
Tutti, però, dovranno fare i conti con Vuk Draskovic, il carismatico intellettuale di Belgrado sempre in bilico tra il sostegno a Milosevic e l'opposizione. Ieri l'ex vicepremier ha chiesto alla gente di dare a Milosevic «una seconda possibilità» e ha invocato non una rivoluzione, ma un semplice rimpasto di governo. Per costituire un nuovo esecutivo che sia «democratico, di transizione e riformatore» e che includa anche Djukanovic. Mentre tutti cercano di giocare la carta montenegrina, Slobodan Milosevic gioca quella dell'economia: ieri l'uomo che si vanta di aver sconfitto la Nato, ha affermato che le nuove priorità dello Stato jugoslavo saranno le riforme e l'economia di mercato. 

 

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